L’Amarone che respira


All’evento Amarone Opera Prima (22esima edizione) che si è svolto il 31 gennaio e 1 febbraio 2026, l’Amarone che mi ha convinta non è stato quello che pesa. È stato quello che respira.
Degustare Amarone non è mai un esercizio leggero. È un vino strutturato, stratificato, impegnativo. Anche per un palato allenato, dopo un certo numero di campioni il rischio non è la stanchezza fisica, ma la perdita di percezione: le soglie si alzano, le sensazioni si comprimono, le differenze si assottigliano. Assaggiare alla cieca restituisce una libertà rara. Restano il colore, il profumo, la bocca. Resta l’identità del vino, spogliata dal nome e dal peso dell’etichetta.

Rileggendo i miei appunti mi accorgo che non stavo cercando concentrazione, né potenza. Cercavo altro. Cercavo coerenza, misura, equilibrio. E soprattutto cercavo quella luce nel calice che per me è sempre stata il primo segnale di riconoscimento dell’Amarone.

L’Amarone che ho conosciuto quando ho iniziato a lavorare (30 anni fa) aveva un colore meno fitto, più trasparente, con riflessi granato che raccontavano già evoluzione ed eleganza. Negli anni successivi ho visto calici sempre più scuri, più densi, più impenetrabili. Tecnicamente impeccabili, spesso potenti, ma non sempre riconoscibili. Questa volta, tra i campioni che mi hanno colpita di più, ho ritrovato qualcosa che credevo si fosse in parte smarrito: la luce, la finezza, la componente floreale, una dolcezza mai dominante ma fusa nell’equilibrio complessivo.

Ed è da qui che voglio partire.

Nei campioni che mi hanno convinta di più ho ritrovato un filo conduttore molto chiaro: la luce.

Il colore è stato il primo segnale. Granato vivo, riflessi aranciati appena accennati, trasparenze eleganti. Un Amarone che non ha bisogno di essere impenetrabile per affermare la propria identità. L’Amarone di Falezze di Luca Anselmi, ad esempio, si è distinto per tipicità ed equilibrio complessivo: profilo olfattivo fine, frutto rosso maturo ben definito, componente floreale misurata, bocca armonica e coerente. Un vino centrato, composto, profondamente territoriale. Anche Monte del Frà mi ha colpita per luminosità e precisione aromatica: scorza d’arancia, spezia sottile, freschezza dinamica al sorso e tannino perfettamente integrato. Un Amarone capace di coniugare struttura e tensione senza perdere eleganza.

Il tema floreale è tornato con insistenza nei campioni migliori. Viola netta nel campione di Rubinelli Vajol (campione da botte), che univa intensità olfattiva a freschezza gustativa e chiusura su liquirizia ben dosata. Viola e frutto nitido anche nel campione di Vantini Luigi e Figli (campione da botte), ancora giovane ma già molto promettente: mora, ciliegia fresca, energia e proporzione. Da attendere, ma con una prospettiva evolutiva importante. Più misurato ma altrettanto interessante il campione di Le Guaite di Noemi (campione da botte), giocato su un registro ancora primario ma preciso. Sabaini ha espresso finezza e verticalità: lavanda, acidità di sostegno, tannino presente ma composto. Un sorso elegante, progressivo, che non cede alla dolcezza ma costruisce equilibrio.

Nei vini che ho apprezzato di più la componente zuccherina non era mai protagonista, ma parte integrante di un insieme armonico. L’Amarone di Torre di Terzolan lo dimostra con un profilo vellutato e avvolgente, dove tabacco, spezie e cioccolato si integrano senza appesantire. Nella stessa direzione si muove Santa Sofia, elegante nelle note di scorza d’arancia e liquirizia, coerente tra naso e bocca. Molto interessante anche il campione di Antiche Terre Venete (campione da botte): luminoso, floreale, con una traccia minerale quasi gessosa che dona slancio e pulizia. Un vino che lascia intravedere una costruzione precisa e rispettosa della materia prima.

Tra i campioni già in commercio, Domìni Veneti ha giocato su nuance fumé e leggere tostature ben integrate, con un richiamo al caffè elegante e mai invadente. Più delicato nell’espressione, ma convincente per coerenza, il vino di Roberto Mazzi e figli, che ha unito ciliegia, spezie e legno ben calibrato a una chiusura fine, quasi talcata. Infine, Roccolo Grassi ha espresso un’eleganza cromatica e aromatica ben definita, con una nota di vaniglia integrata che accompagna senza coprire.

In tutti questi vini ho ritrovato un Amarone capace di respirare, dove il granato torna ad avere senso, dove il floreale non è sacrificato ai terziari più spinti, dove la struttura non annulla la tensione. Equilibrio è la parola chiave. È un equilibrio complesso, che non cerca l’effetto ma la misura. Ed è proprio in questa misura che ho riconosciuto, con piacere, un’identità stilistica che sento profondamente coerente con la storia di questo vino.

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