Il vino si interroga, Vinitaly si conferma

Trent’anni di Vinitaly (eh sì … sono proprio 30) insegnano a riconoscere subito cosa funziona.

Per la prima volta ho vissuto la manifestazione in un solo giorno (ahimè non avevo alternative): concentrato, quasi compresso, sempre pieno. Incontri, strette di mano, abbracci, sguardi che si ritrovano dopo mesi o anni. Colleghi, produttori, amici, nuove conoscenze e anche quelle relazioni che esistono quasi esclusivamente dentro questi padiglioni, come se Vinitaly fosse il nostro unico punto di contatto annuale (e per alcuni di essi è proprio così).

Eppure, uscendo dalla fiera, la mia sensazione più forte non è stata né l’entusiasmo né la stanchezza, ma una domanda semplice, quasi scomoda: cosa è cambiato davvero?

Negli ultimi anni, il mondo del vino non ha smesso di interrogarsi.
Nel 2023 si parlava di rinascita, con la sensazione diffusa che il buio fosse alle spalle. Era il Vinitaly della ripartenza, del ritorno, quasi emotivo prima ancora che economico.
Nel 2024 il tono era già diverso. Più teso, più politico. Tra dazi, crisi energetica e aspettative disattese, emergeva una certa delusione degli imprenditori, soprattutto nel confronto con le istituzioni. Il vino tornava a chiedere risposte, non solo visibilità.
Nel 2025, ancora un cambio di prospettiva: promozione, internazionalizzazione, cambiamento. E insieme, una narrazione interessante: quella di un vino che prova a tornare co-protagonista della tavola, quindi meno status symbol e più quotidianità, più relazione con il cibo, con le persone, con la cultura del vivere.
Parole diverse, ogni anno. Urgenze diverse, ogni anno.
Poi però arrivi a Vinitaly.
E ti ritrovi dentro una perfezione che conosci già. Stand sempre più grandi, sempre più curati. Spazi pensati per accogliere, sì, ma spesso anche per selezionare: ingressi filtrati, appuntamenti programmati al minuto, accessi regolati da liste, cordini, talvolta persino bodyguard. Non è una critica alle aziende. Sarebbe troppo semplice, e anche ingiusto: so bene cosa significa gestire un’agenda durante la fiera, quanto sia importante proteggere gli incontri, lavorare in modo efficace, trasformare quei giorni in opportunità concrete. 

Vinitaly resta, prima di tutto, una fiera business. 
Una piattaforma orientata all’internazionalizzazione e alla costruzione di relazioni commerciali. Funziona molto bene: 90.000 presenze complessive, con il 26% di operatori esteri provenienti da 135 nazioni e oltre 1.000 top buyer da più di 70 Paesi. Numeri che confermano la solidità e l’attrattività internazionale della manifestazione, anche in un contesto globale complesso.

Perciò la mia domanda cambia forma. Possiamo parlare davvero di apertura, di inclusività, di nuovi pubblici, se l’esperienza concreta resta così strutturata, così selettiva, così poco permeabile? E mentre ci pensavo, mi sono resa conto che questa sensazione non nasce oggi.
In questi anni ho cercato di cambiare punto di vista, di spostarmi, di osservare il mondo del vino da un’altra prospettiva, anche grazie al mio lavoro con i ragazzi. Perché è lì, nella formazione, che certe dinamiche diventano evidenti in modo quasi disarmante.
Si parla molto di giovani. Ma chi sono davvero questi giovani? E non è la prima volta che mi chiedo se spostare il “problema” su di essi sia davvero una ricerca di soluzioni. Loro percepiscono il vino come qualcosa di lontano, a tratti elitario, più simbolo che esperienza quotidiana. Ed è giusto che sia così.

Perciò emerge un paradosso che si fa ancora più evidente: se tutto funziona così bene (soprattutto a Vinitaly)… perché non cambia nulla?

Perché, dopo anni in cui il settore si interroga su crisi dei consumi, linguaggi, nuove generazioni, la rappresentazione del vino resta identica a sé stessa.

Vinitaly, alla fine, è esattamente questo: uno specchio in cui il settore si riflette, vede i propri punti di forza, ma anche le proprie contraddizioni. Accettiamo che Vinitaly è, prima di tutto, una fiera commerciale, un luogo dove il vino si vende, si incontra, si posiziona. Smettiamo di chiedergli di essere ciò che, forse, non può essere.

La questione probabilmente non è cambiare il racconto, ma cambiare lo sguardo.
Il cambiamento – se davvero si vuole cambiare – parte da altro, da uno spazio (fuori dalla fiera) da colmare, che si trova tra la vigna e lo scaffale: dal prodotto, certo, dalla denominazione, dal territorio, dall’esperienza, soprattutto dalla relazione e dalla consapevolezza che chi beve vino continuerà a farlo. Probabilmente con maggiore attenzione alla qualità (e al portafogli), più che alle dichiarazioni. 

Perché un vino può essere sostenibile (termine ormai inflazionato) sotto ogni punto di vista, ma se non è piacevole (= non piace), non funziona.  Se il valore non viene percepito, rimane solo il costo. 
Questo resta, forse, l’unico vero criterio che il consumatore, dentro o fuori Vinitaly, non negozia.

(in gallery, un piccola selezione dei miei Incontri diVini in fiera)

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