Il monologo enologico per un pubblico che vuole solo un buon calice di vino.

Da diversi anni, dal 2008 per la precisione, mi occupo di formazione professionale e metto alla prova gli allievi e le allieve con attività concrete e attuali (come si dice, professionalizzanti). Quello che ho fatto recentemente con una classe parte proprio da questo presupposto.

La prova pratica era apparentemente semplice: riscrivere una scheda tecnica di un vino utilizzando un linguaggio comprensibile a tutti. Non dovevano banalizzare il prodotto, ma renderlo accessibile anche a chi di vino non ne sa nulla (abbiamo preso come “cavia” una collega di un altro settore). La scheda di partenza – scelta da loro in autonomia con una ricerca sul web – era una di quelle che conosciamo fin troppo bene: precisa, dettagliata, enologicamente impeccabile. C’erano i vitigni, la vendemmia, i giorni di macerazione, i rimontaggi, la fermentazione malolattica, i tempi di affinamento, le temperature, i dati analitici e tutta una serie di informazioni tecnica, da scheda, appunto, tecnica..

Il lavoro è iniziato lì, con una domanda: se la scheda venisse letta da una persona curiosa, ma non tecnica, riuscirebbe davvero a raccontare il vino? Dopotutto, nella comunicazione odierna, la scheda tecnica è diventata la protagonista quasi assoluta: la troviamo su ogni sito aziendale, scritta a volte dal produttore, altre da degustatori professionisti, altre ancora dal cugino dello zio che per diletto scrive di vino.

Le risposte degli studenti mi hanno colpita molto. Soprattutto perché hanno preso due strade diametralmente opposte, specchio di un cortocircuito che il settore si porta dietro da anni.


Il dogma della “Malolattica” e la metafora del ristorante

Uno studente ha cercato di mantenere l’impianto tecnico originale, provando però a renderlo più semplice. Mi ha confessato di essersi trovato in difficoltà quasi subito.

“Prof, ma come faccio a non dire fermentazione malolattica?”


In questa domanda c’è una risposta! Per chi studia o lavora nel settore, alcune parole non sono semplici termini tecnici: sono l’essenza stessa del vino. Toglierle sembra quasi un tradimento, una perdita di precisione. Ma il problema non è trovare sinonimi più facili. L’alternativa a “fermentazione malolattica” probabilmente non esiste (e spiegare che la fermentazione malolattica – FML – è il processo mediante il quale si ottiene la degradazione dell’acido malico in acido lattico e anidride carbonica ad opera dei batteri lattici è anche peggio).

Se ci ragioniamo, è come se un ristorante descrivesse un piatto in menu spiegando la potenza del forno, la grammatura esatta del sale e la temperatura di cottura. Certo, se al tavolo si siede un critico gastronomico o un altro chef, quel dato tecnico è fondamentale. Ma il cliente comune vuole solo sapere se quel piatto gli piacerà, che emozioni gli darà e se gli farà venire voglia di tornare.

Nel vino, invece, spesso continuiamo a raccontare il forno e il sale a chi vuole solo godersi la cena.

Il punto di vista del calice

La proposta interessante è arrivata da una studentessa. Lei non ha cercato di tradurre la scheda tecnica: l’ha completamente stravolta.
Ha eliminato quasi tutta la parte produttiva: niente rimontaggi, niente dettagli maniacali sull’affinamento.
Ha lasciato il nome del vino, il territorio, i vitigni, le modalità di servizio, gli abbinamenti e, soprattutto, le sensazioni che il produttore vorrebbe trasmettere (che spesso non ci sono perchè la scheda è ‘ovviamente’ tecnica).

In pratica, ha lasciato il piacere del vino.

Quando le ho chiesto il motivo della sua scelta, mi ha risposto con semplicità:

“Professoressa, quando lavoro al wine shop (in tirocinio) quasi nessuno mi chiede il tipo di macerazione o cosa sia il metodo classico”

Non mi sono sorpresa perchè conosco bene il mondo del vino, da diversi punti di vista. Chi beve vino oggi, molto spesso, non sta cercando una lezione di enologia: sta cercando un’esperienza, un momento piacevole, una bottiglia da condividere, un consiglio affidabile, un’emozione da ricordare. Questo non significa che la tecnica non abbia valore, anzi: è la spina dorsale di ogni grande prodotto.
Ma non tutto quello che è cruciale in cantina è rilevante nel momento del consumo.

Una questione di lingua: i miei approcci al vino

Ed è qui che, secondo me, il settore continua a fare confusione.
Il cambiamento di cui ha bisogno non si risolve sostituendo parole difficili con parole facili. Dobbiamo accettare un fatto: il vino non ha un solo linguaggio. Per questo un’azienda vitivinicola non dovrebbe avere un’unica scheda tecnica standard. L’esperienza accumulata in questi anni mi dice che dovrebbe saper declinare la propria comunicazione attraverso almeno cinque approcci diversi, cinque registri per cinque interlocutori differenti:

1. L’approccio Tecnico: Indispensabile per la produzione, gli enologi, gli importatori e i concorsi (la scheda difesa dal primo studente).

2. L’approccio Commerciale: Breve, immediato, schematico, orientato alla vendita e alla GDO o alla distribuzione.

3. L’approccio Didattico: Pensato per la formazione, per i sommelier, per chi vuole approfondire e ha bisogno di imparare la materia.

4. L’approccio Emozionale: Dedicato all’enoturismo, ai social media e ai wine lovers che cercano la storia e l’anima del vignaiolo.

5. L’approccio Esperienziale: Quello che guarda al consumatore finale nel momento del consumo, quando il vino diventa atmosfera, abbinamento gastronomico e memoria (la scheda intuita dalla studentessa).

Non si tratta di fare cinque faldoni burocratici diversi, ma di capire che la comunicazione del vino non è un monologo enologico.
La grande barriera, oggi, resta la paura di banalizzare il vino, di renderlo troppo popolare e quindi meno elitario. Questa paura, però, non appartiene a chi ascolta: appartiene a noi che raccontiamo.
Durante le mie lezioni e nel lavoro che porto avanti con le aziende, provo sempre a far riflettere su due domande molto semplici: 
A chi sto parlando? Cosa voglio che le o gli arrivi davvero in questo momento?

Perché il vino non perde valore se smettiamo di raccontare ogni rimontaggio.
Lo perde quando nessuno riesce più ad ascoltarci o, peggio, a capirci.

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