Ma hai sentito che profumo ha… il quadro?!

Qualche settimana fa sono entrata a Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, per visitare la mostra Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità, che racconta, attraverso oltre 120 opere, il progressivo cambiamento del rapporto tra artista, natura e realtà.

Nel percorso c’è qualcosa che sposta l’esperienza, o almeno la mia esperienza, oltre lo sguardo: alcune sale costruiscono infatti, attraverso suoni, odori e giochi di luce, un percorso parallelo e insieme coerente con quello delle opere.

Quando la mostra ha iniziato a farsi sentire

Quando sono entrata nella prima sala, ho avvertito un profumo buonissimo, delicato, che mi ha colpita immediatamente. Una signora è rimasta per qualche minuto accanto a me, guardando i quadri e spostandosi lentamente da un’opera all’altra. Poi ci siamo guardate e abbiamo iniziato a parlare proprio di quel profumo. Mi ha raccontato che aveva pensato fosse la signora appena passata accanto a lei ad avere un profumo particolarmente buono. Non si era accorta che facesse parte della mostra. Le ho indicato il pannello all’ingresso della sala e solo allora si è fermata a leggere, scoprendo che quello che aveva appena sentito non apparteneva a una persona, ma all’esperienza costruita intorno alle opere.

È stato un episodio piccolo, quasi divertente, che mi ha fatto riflettere su quanto poco ci accorgiamo, normalmente, di quello che sentiamo con il naso. Io stessa non mi aspettavo un percorso di questo tipo e, almeno all’inizio, non avevo notato il pannello esplicativo. Anche l’audioguida, nella parte che ho seguito, non mi aveva preparata a questa esperienza.

Così ho chiuso gli occhi, cosa che potrebbe sembrare assurda in una mostra, e poi li ho riaperti con un nuovo sguardo olfattivo, se così posso descriverlo. Non ho cercato di riconoscere e classificare i profumi, ma di lasciarmi trasportare nei luoghi evocati dai quadri, aiutata anche dai suoni immersivi.

Nelle quattro sale, il percorso sensoriale accompagna il visitatore dalla natura più concreta fino a una dimensione sempre più interiore. Nella prima si sentono il vento tra gli alberi e le erbe alte, i richiami lontani dei gabbiani, i passi sulla terra battuta e il mormorio del mare, mentre gli odori richiamano il petricore, il sottobosco umido e il patchouli. Nella seconda, il paesaggio cambia: il vento sulle pianure, le pale dei mulini e il movimento dell’acqua costruiscono un’atmosfera più rarefatta, accompagnata da note vegetali, accordi acquatici e odore di suolo umido. Poi arrivano la città e le relazioni, evocate da conversazioni, bicchieri e porcellane che tintinnano, fruscii di abiti, passi sul parquet e frammenti di pianoforte. I profumi cambiano ancora: caffè, cipria di riso e ambra richiamano gli ambienti della socialità e della mondanità. Nell’ultima sala, infine, il mondo esterno si fa più lontano. La musica di Arnold Schönberg entra in dialogo con Lirico di Kandinsky e la fragranza si trasforma, con burro d’iris, un accordo che richiama la pittura astratta e incenso sintetico. Quattro ambienti, ma soprattutto un passaggio dalla natura al paesaggio, dalle relazioni a una dimensione interiore.

Non annusiamo il quadro, ma ciò che ci fa immaginare

Naturalmente, un quadro non profuma. La fragranza è una costruzione, un’interpretazione, un modo per evocare qualcosa che nel dipinto non possiamo realmente annusare: la terra dopo la pioggia, l’acqua, un ambiente mondano o una dimensione più astratta e difficile da nominare, quindi ciò che quel dipinto può farci immaginare.

Un odore, infatti, non è soltanto un’informazione che riconosciamo e archiviamo. Può attivare associazioni legate alle esperienze precedenti, ai luoghi, alle persone e alle situazioni che abbiamo vissuto. E non sempre siamo consapevoli di come si sia formata una determinata associazione o del motivo per cui una fragranza ci risulti familiare.

La ricerca sulla memoria olfattiva studia da tempo la capacità degli odori di evocare ricordi autobiografici, cioè episodi della nostra vita, talvolta accompagnati da una componente emotiva intensa. Il sistema olfattivo presenta connessioni con strutture cerebrali coinvolte nella memoria e nelle emozioni; questo, però, non significa che ogni odore susciti necessariamente un ricordo o che tutti reagiamo allo stesso modo. Molto dipende dalla nostra storia personale.

È il fenomeno che spesso associamo alla madeleine di Proust: in Alla ricerca del tempo perduto, il sapore del dolce inzuppato nel tè riporta il narratore ai ricordi dell’infanzia. Non si tratta soltanto di una bella metafora letteraria. Gli studi sulle memorie autobiografiche evocate dagli odori hanno rilevato caratteristiche interessanti, tra cui una possibile maggiore vividezza emotiva e una forte sensazione di rivivere momenti del passato.

Forse anche per questo, davanti a un quadro, un odore può fare qualcosa di diverso da una didascalia. La didascalia ci informa e ci racconta; l’odore può suggerire un’associazione, aprire una possibilità, riportarci a qualcosa che credevamo di aver dimenticato.

Anche i profumi hanno un alfabeto

C’è poi un altro dettaglio che mi ha incuriosita. Le fragranze delle quattro sale non sono descritte semplicemente come odore di terra, acqua o caffè, ma attraverso una struttura che appartiene al linguaggio della profumeria: nota di testa, nota di cuore e nota di fondo.

Per chi non lo sapesse, la nota di testa è quella che emerge più rapidamente e contribuisce alla prima impressione della composizione; la nota di cuore si sviluppa successivamente e ne definisce maggiormente il carattere, mentre le note di fondo sono generalmente più persistenti e contribuiscono alla struttura complessiva della fragranza. Non sono compartimenti rigidi, ma un modo tradizionale di descrivere come un profumo evolve nel tempo.

Anche il profumo, quindi, ha una sua grammatica, o meglio, come mi piace spesso paragonarlo, un suo alfabeto. Imparare a riconoscerne gli elementi non significa soltanto trovare il nome giusto, ma cominciare a cogliere relazioni, sfumature e cambiamenti.

I luoghi si vivono con tutti i sensi

L’esperienza sensoriale è interessante anche perché i sensi non entrano in gioco tutti nello stesso momento, non restituiscono le stesse informazioni e non contribuiscono allo stesso modo alla costruzione di ciò che stiamo vivendo.

La ricerca sulle esperienze multisensoriali si occupa proprio di questa interazione. Gli studi mostrano come la nostra esperienza di un luogo non dipenda soltanto da ciò che vediamo, ma anche da come suoni, odori e altre sensazioni si intrecciano con le nostre aspettative, le conoscenze e le associazioni personali.

Siamo abituati a entrare in un luogo e a guardarlo, a riconoscerne gli elementi, a cercare di capire dove siamo e che cosa abbiamo davanti. Molto meno spesso ci chiediamo che cosa sentiamo, o che cosa sentiamo mentre osserviamo ciò che ci circonda. Eppure, un odore, un suono o una particolare atmosfera possono modificare il modo in cui percepiamo uno spazio e il ricordo che ne conserveremo.

Naturalmente, coinvolgere più sensi non significa necessariamente migliorare un’esperienza. Un odore può contribuire a creare un’atmosfera, suggerire un’associazione o risvegliare un ricordo, ma può anche distrarre o imporsi su tutto il resto. La differenza sta probabilmente nella relazione tra gli stimoli: quando suoni, profumi, luce e ambiente dialogano tra loro, possono rafforzarsi a vicenda; se invece uno prende il sopravvento, rischiamo di avere soltanto più stimoli. E più stimoli non significa necessariamente più percezione.

Dalla mostra di Ferrara non sono uscita pensando che tutti i luoghi dovrebbero avere un profumo. Mi sono chiesta, piuttosto, quanto spesso nella vita quotidiana riceviamo informazioni attraverso i sensi senza rendercene davvero conto.

Allenare i sensi, tutti i giorni

È incredibile quanto diamo per scontati l’olfatto e, mi permetto di aggiungere, anche il gusto. Ne parlo spesso e lo insegno ai miei allievi e studenti, ma mi accorgo ogni giorno di quanto sia facile lasciare questi sensi sullo sfondo, senza allenare la capacità di riconoscere, distinguere e collegare le sensazioni alle esperienze personali.

Con i ragazzi lavoro anche su questo aspetto: riconoscere un odore non significa soltanto dargli un nome, ma imparare a collegarlo a una memoria, a un’esperienza, a qualcosa che abbiamo già incontrato. La nostra memoria olfattiva non è un archivio completo e immutabile, e nessuno possiede un repertorio di odori perfettamente organizzato. Si arricchisce attraverso le esperienze e l’attenzione che impariamo a dedicare a ciò che ci circonda.

Lo stesso vale quando ci avviciniamo a un vino. Non è necessario trasformare ogni degustazione in un esercizio tecnico, né conoscere tutte le parole per descriverlo. Ma imparare a riconoscere alcune sensazioni, collegarle a ciò che abbiamo già incontrato e trovare un linguaggio per raccontarle può rendere l’esperienza più ricca. Spesso apprezziamo maggiormente ciò che impariamo a conoscere, perché riusciamo a coglierne sfumature che prima ci sfuggivano.

Naturalmente, ognuno di noi percepisce in modo personale e ha una propria storia sensoriale. Non si tratta di stabilire chi sia più bravo a sentire, ma di concedersi il tempo di farlo, senza dare per scontato che ciò che non sappiamo ancora riconoscere non abbia nulla da raccontarci.

Un piccolo esercizio per ricordare

Proviamo a prestare maggiore attenzione a quello che già sentiamo? Se volete approfondire l’argomento, esistono ricerche interessanti sul rapporto tra olfatto, memoria ed emozioni e sul modo in cui le esperienze multisensoriali possono cambiare la nostra relazione con gli spazi culturali. Tra chi si occupa di percezione, neuromarketing e comportamenti di consumo c’è anche Vincenzo Russo, professore e ricercatore che studia il rapporto tra neuroscienze e comunicazione e che ha scritto dei libri davvero interessanti.

Ma vi propongo anche un compito molto più semplice, che ogni anno affido ai miei studenti e che modifico a seconda dell’età e del contesto: esplorare il legame tra sensazioni e ricordi.

Nel famoso episodio della madeleine (già citato sopra, ecco qui il link all’estratto PDF) Marcel Proust, il narratore sperimenta un’improvvisa e vivida reminiscenza del passato, innescata dal sapore di un dolce inzuppato nel tè. Partendo da questo spunto, provate a fare lo stesso, senza cercare per forza un ricordo straordinario.
Lasciate affiorare i ricordi. Mentre esplorate con i sensi, fate attenzione alle immagini, ai suoni, ai profumi o alle sensazioni fisiche che emergono. Potrebbe essere un sapore, un odore, un oggetto, un luogo o una persona. Scrivete ciò che vi viene in mente, anche se vi sembra poco importante.
Raccontate (o raccontatevi) la vostra esperienza. Provate a descrivere la sensazione da cui siete partiti, i ricordi che sono emersi e il significato che questa esperienza ha per voi. Non serve scrivere un racconto lungo, né trovare le parole perfette: l’importante è soffermarsi su ciò che avete provato.

Chi vorrà potrà inviarmi la propria esperienza e condividere le proprie riflessioni. Non pubblicherò i contributi ricevuti che spesso, credetemi, sono molto emotivi, emozionali, coinvolgenti e commoventi. Personalmente vorrei soprattutto offrire uno spunto per fermarsi ad ascoltare ciò che spesso lasciamo sullo sfondo.

Perché non è necessario trovarsi davanti a un quadro per accorgersi di quanto i sensi possano raccontarci… basta fermarsi un momento, ascoltare tutti i nostri sensi, chiedersi a che cosa ci fa pensare. E magari scoprire che, prima ancora di trovare le parole, qualcosa dentro di noi aveva già cominciato a ricordare.

gaia: