«Sicuramente ci sono altri modi per conoscere il mondo. Ma il viaggiatore è schiavo dei propri sensi; la sua presa sui fatti può essere completa solo quando è rinforzata dalla prova sensoriale; riesce a conoscere il mondo, infatti, solo quando lo vede, lo sente, lo annusa.»
Robert Byron
Ci sono luoghi che si desidera visitare per anni pur conoscendoli già. Sembra un controsenso, eppure non lo è. Le parole di Robert Byron mi accompagnano da tempo e, ogni volta che torno a leggerle, mi ricordano quanto la conoscenza passi attraverso i sensi. Conoscevo i vini di Lunae Bosoni, conoscevo la cantina, il lavoro di Diego e della sua famiglia. Avevo già visitato Ca’ Lunae e la nuova cantina, raccontato questa realtà. Eppure continuavo ad avere la sensazione che mancasse il punto di partenza.
Per questo, durante la mia ultima visita, ho chiesto una cosa molto semplice: prima della degustazione, volevo visitare i vigneti.
Può sembrare una richiesta quasi scontata, soprattutto per chi lavora nel vino. In realtà non lo è affatto. Sempre più spesso conosciamo perfettamente le cantine, i produttori, le etichette e perfino le strategie di comunicazione delle aziende, senza aver mai visto il luogo in cui quei vini nascono davvero.
Negli ultimi anni il vino ha imparato a raccontarsi molto bene. Le aziende hanno costruito un linguaggio più consapevole, hanno imparato a valorizzare la propria identità, a raccontare le persone, le famiglie, i progetti e le scelte che stanno dietro a una bottiglia. È un’evoluzione che considero positiva e che, in fondo, appartiene anche al mio lavoro. Raccontare il vino significa inevitabilmente raccontare chi lo produce.
Ma ogni volta sento il bisogno di fare un passo in più. Perché le storie diventano davvero credibili quando trovano conferma nella terra. È questo il motivo per cui considero la vigna una sorta di “verità visibile”: quando un produttore mi parla di biodiversità, di equilibrio, di rispetto dell’ambiente, di microclima o di una precisa filosofia agronomica, non cerco queste risposte soltanto nel bicchiere. Le cerco nel paesaggio, prima ancora che nel terroir.
Mi torna alla mente un articolo che accompagna il mio lavoro da molti anni. Si intitola Paesaggio bello da guardare, lo scrisse Clementina Palese nel 2008 e, da allora, è diventato una delle letture con cui apro ogni anno le mie lezioni quando affrontiamo il tema del terroir. (Lo trovate online, ma anche qui PDF). A distanza di quasi vent’anni continuo a trovarlo straordinariamente attuale.
Perché mi ricorda una cosa che rischiamo di dimenticare: il paesaggio non è lo sfondo del vino. Ne è parte integrante.
Ed è esattamente quello che è successo sulle queste colline.
Leggere il Terroir vs Vivere il Terroir
Prendiamo l’esempio del Vermentino in questa fascia di Liguria. Su una brochure o su una scheda tecnica è facilissimo parlare di biodiversità, di microclima, di terroir di confine. Si legge che i Colli di Luni sono un territorio magico, stretto tra le Alpi Apuane (che proteggono le viti dai venti freddi del nord) e il Mar Ligure, la cui brezza garantisce una ventilazione costante e un’escursione termica perfetta per l’eleganza dei profumi. Si legge di terreni collinari magri, asciutti, che costringono la vite a cercare nutrimento in profondità. Nella comunicazione è tutto perfetto. Ma renderlo “visivo”, toccarlo con mano, è un’esperienza diversa.
Salendo sulla collina vicina all’azienda, circondata solo da filari di Vermentino, questa teoria diventa paesaggio.
La biodiversità non è più una parola da spendere nel marketing, ma è lì, davanti ai tuoi occhi: il vigneto non è un sistema isolato, ma convive armoniosamente con il bosco e con gli oliveti che lo abbracciano. Senti la vicinanza del mare sulla pelle e il profumo della macchia mediterranea nell’aria. Vedere queste viti inserite nel loro contesto, in un ecosistema così ricco e intatto, ti fa capire in un istante da dove provenga la vibrante sapidità e la complessità aromatica del Vermentino di Lunae.
Le parole di Robert Byron, scritte quasi un secolo fa pensando al viaggio, descrivono perfettamente anche il mio modo di vivere il vino. Possiamo studiarlo, degustarlo e raccontarlo, ma alcune cose iniziamo davvero a comprenderle soltanto quando le vediamo, le ascoltiamo, le tocchiamo e perfino le respiriamo. Soprattutto senza fretta, lasciando che sia il luogo a suggerire le domande prima ancora delle risposte.
Si parla moltissimo di enoturismo e credo sia uno dei cambiamenti più importanti che il settore sta vivendo. Non soltanto perché offre nuove opportunità alle aziende, ma perché restituisce al visitatore qualcosa che nessun catalogo, nessun video e nessuna degustazione possono offrire da soli: la possibilità di vedere con i propri occhi e sentire con i propri sensi ciò che il vino racconta.
Quando il paesaggio coincide con il racconto, tutto acquista una forza diversa e le parole smettono di essere promesse e diventano testimonianze. Che si portano a casa. E la “magia” sensoriale le imprime nella memoria più di qualsiasi altro mezzo di comunicazione.
Tornando da Cantine Lunae mi sono resa conto che non avevo scoperto un vino nuovo. Quel Vermentino lo conoscevo già.
L’ho semplicemente inserito nel suo contesto naturale, vivendolo con i miei sensi. E oggi, con il calice in mano, sento il mare e il vento, vedo la Liguria e il verde e il blu… che Bellezza!
Un enorme grazie a Diego per l’ospitalità, a Francesca (sei sopravvissuta ai miei figli!), a July e a tutto il team di Ca’ Lunae.